Contenuti per adulti
Questo testo contiene in toto o in parte contenuti per adulti ed è pertanto è riservato a lettori che accettano di leggerli.
Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
Juliette – Capitolo 13
Seduto sullo stesso scoglio riparato dal vento, Marcel osservava il mare.
Una trentina di metri più in là, la solita vecchietta continuava la sua pesca di gamberetti.
Il vento si era di nuovo rinforzato e iniziava a diventare fastidioso nonostante il riparo della roccia.
La pipa aveva perso il tiraggio regolare.
Probabilmente qualche pezzetto più spesso di tabacco ostruiva il cannello. Marcel prese il nettapipe che portava sempre con sé e ne estrasse lo stiletto metallico.
Una folata più violenta gli scaraventò negli occhi una pioggia di brace incandescente.
Imprecò con rabbia. Gli occhi bruciavano e lacrimavano come corrosi dall'acido. Strizzò le palpebre, se li sfregò con forza e, per qualche minuto, rimase nel buio.
Tirò fuori un Kleenex e se li tamponò nervosamente fino a quando le lacrime smisero di scendere.
Quando riaprì gli occhi, la vista tornò nitida.
Lei era lì. Al solito posto. Ferma sulla riva, di fronte al mare. Immobile come una statua ammantata di nero.
Juliette era tornata. Per la terza volta.
Marcel sentì un tuffo al cuore: sorpresa, ansia e quel piacere caldo nel rivederla.
Si alzò e andò verso di lei.
- Juliette! - la chiamò quando la raggiunse.
Lei si voltò lentamente, lo guardò per un istante, poi tornò a fissare il mare.
La fiamma dei capelli rossi danzava nel vento.
- Buongiorno. - disse Marcel fermandosi al suo fianco. - Confesso che speravo di rivederla.
- Anch'io», rispose lei senza guardarlo.
- Mi perdoni, non mi sono ancora presentato. Mi chiamo Marcel Dubois. Sono uno scrittore.
Lei annuì appena, poi domandò: - Ha sentito di quello che ha tentato di incendiare la mia casa?
Marcel aggrottò la fronte.
- La sua casa? Chi? Dove è successo?
- Non legge i giornali? Mi odiano. Gliel'avevo detto: sono pazzi e pericolosi.
Lui capì che si riferiva all'incendio e all'uomo trovato morto davanti alla villa sulla collina.
- Quindi lei abita nella villa abbandonata?
- Non è abbandonata, dato che ci vivo.
- Nella villa dei Lefebvre, intende?
- Sì. Sono l'unica erede.
- Ma... l'ho vista. Sembra completamente decadente.
- L'esterno è così. Ho fatto restaurare alcune stanze sul retro. È lì che abito. Ma nessuno deve saperlo... tranne lei.
- Perché la odiano tanto?
- Non lo so. Dovrebbe chiederlo a quel Jules Garnier, che si è dato fuoco mentre cercava di incendiare la villa. Credono alle cose che partoriscono le loro menti malate.
Parlava lentamente, come se ogni parola arrivasse da una distanza siderale.
Gli occhi lucidi, irritati dal vento, sembravano sull'orlo del pianto.
Il dolore che portava dentro era palpabile, e Marcel lo avvertiva.
- Mi dispiace sinceramente per quello che le sta accadendo.
- Il mio dolore è molto più antico.- mormorò lei. - Vengo qui davanti al mare per ricordare chi ho perso...
- Posso chiederle chi era?» domandò Marcel piano.
- L'unico uomo che ho amato. Il mare è la sua tomba.
Marcel rimase in silenzio. Non trovò parole adeguate per commentare.
Senza riflettere, mosso da un impeto di tenerezza, le strinse con calore il polso.
Lei si voltò di scatto. Le lacrime le rigavano il volto pallido.
- Oh... Marcel... - sussurrò con un singhiozzo.
Poi si strinse a lui, tremante, gli poggiò una mano sulla nuca e lo attirò a sé, baciandolo con una passione disperata.
Marcel fu travolto da quell'impeto come da un'onda di una potenza che spazzasse l'intera spiaggia.
La sorprese durò un secondo, poi avvinse a sé la donna e rispose a quelle labbra tumide e frementi con uguale intensità.
Non era certo la prima donna che avesse baciato nella sua vita, non gli mancava l'esperienza, ma quel bacio possedeva qualcosa di ineffabile che non sapeva descrivere.
Quella bocca sembrava richiamare l'energia degli abissi oceanici, e lui se ne sentiva travolto, come se venisse rapito e portato in altezze vertiginose.
Era una esperienza fisica totalizzante, ogni fibra del suo corpo veniva catturata e risucchiata in un vortice di vento impetuoso e allo stesso tempo caldo e avvolgente come un grembo materno.
Nella mente lo paragonò all'estasi che descrivevano gli eroinomani.
Non seppe quanto tempo i loro corpi rimasero avvinghiati in quell'orgasmo di sensi che non consentiva di dividersi.
Marcel sentiva le gambe molli, una vertigine impetuosa lo costrinse a chiudere gli occhi abbandonandosi a quella sorta di montagna russa emozionale.
Poi lei si staccò da lui.
Sentì che scioglieva l'abbraccio, il fiato caldo di lei gli sfiorava ancora il volto.
Restò con gli occhi serrati in attesa che la vertigine si attenuasse e che lui ritrovasse stabilità ed equilibrio.
Poi non percepì più il suo respiro e il calore del fiato, il vento freddo del mare tornò a schiaffeggiarlo.
Riaprì gli occhi. Juliette non c'era più.
Ci mise qualche secondo a prendere coscienza della sua assenza.
Si voltò ad osservare l'intero spiazzo della spiaggia, solo sabbia e la vecchia col suo guadino per gamberi che arrivava lemme lemme.
Lo stupore di quella sparizione lo lasciva sbigottito come nella volte precedenti, non si spiegava come potesse eclissarsi con tanta rapidità, neppure fosse dotata di ali.
La vecchia era ormai a qualche passo da lui.
- Madam – l'appostrofò con tono gentile – mi scusi, ha per caso visto dove si sia diretta la donna che era qui con me?
La vecchia lo squadrò di sbieco.
- Monsieur, lei mi sta prendendo in giro. Vero? Non è bello che un giovane si burli di una vecchi, lo sa?
- Assolutamente no madame. Chiedevo solo se ha visto in che direzione è andata.
- Ahahah. Lei è un burlone monsieur. Da quando ci siamo salutati, su questa spiaggia siamo rimasti solo noi due. Ora la saluto.
Lo superò e prese la direzione per uscire dalla spiaggia.
Brume fece scivolare il Fairbairn-Sykes nel fodero agganciato dietro la cintura, con il gesto preciso e automatico di chi lo aveva fatto migliaia di volte.
La lama da combattimento era bilanciata alla perfezione: tredici centimetri di acciaio freddo, come lui.
Arrotolò tre metri di sagola da barca, la fermò con nastro adesivo nero e la infilò nella tasca interna della cerata, accanto ai grimaldelli.
Aveva tutto ciò che serviva.
Si calò sul cranio la cuffia di lana ruvida con copri-collo e visiera da pescatore. Solo naso e occhi rimasti scoperti.
Un volto anonimo tra i tanti che il vento della Côte d'Opale rendeva irriconoscibili.
Odiava operare di giorno. Ma stavolta non c'erano alternative.
Scese al piano terra, compose il numero dal telefono fisso e lasciò squillare dieci volte. Silenzio. Bene. Nessuno in casa.
Uscì nel mattino grigio. Il vento dell'oceano gli schiaffeggiava la faccia, gonfiando la cerata.
Non pioveva. Buono. La pioggia rende tutto più complicato quando devi lavorare con i guanti.
Quaranta minuti di cammino rapido e fu in vista della villetta.
Una tipica costruzione anni Sessanta, mattoni chiari e pietra grigio-beige, tetto d'ardesia, finestre azzurro opale.
Un giardino selvatico davanti, siepe di tamarischi, erba delle dune.
Era la casa di Lucas Moreau.
L'assistente del defunto professor Martin.
Brume aveva sentito le voci: il giovane era un finocchio e con il professore non facevano solo cataloghi di reperti.
Martin aveva parlato troppo con quel parigino ficcanaso, lo scrittore.
E Moreau era della stessa pasta.
Brume odiava gli uomini deboli e con la lingua lunga.
Disprezzava chi non aveva mai tenuto un fucile in mano, chi non aveva mai ammazzato guardandolo negli occhi, chi si nascondeva dietro i libri e le chiacchiere.
Nella Legione aveva imparato una regola semplice: i deboli prima o poi parlano. E chi parla va tolto di mezzo.
Si fermò al limitare del giardino, scrutando la strada deserta.
Il vento gli tendeva la cerata contro il petto.
Nessuna auto, nessuna luce, nessuna anima.
Un angolo della bocca gli si sollevò in un ghigno soddifatto.
- Perfetto. - pensò.
Tirò fuori il mazzetto di grimaldelli e si mosse verso la porta sul retro, silenzioso come un'ombra, come chi è addestrato a uccidere.
Marcel, ancora frastornato da quanto era appena accaduto, lasciò la spiaggia deserta con un senso di inquietudine disorientata.
Non riusciva a capacitarsi di come quella donna potesse comparire e dileguarsi nel volgere di un battito di ciglia.
C'era quasi da credere che fosse davvero lo spettro di cui si riempivano le superstizioni del villaggio.
Ma cazzo... quel corpo e quelle labbra erano straordinariamente reali.
Provava ancora un tremore profondo ricordando ciò che aveva sentito in quel momento.
No. Juliette non era uno spettro.
Erano le due del pomeriggio.
Si avviò lentamente verso il luogo dell'appuntamento con Lucas Moreau: mancava ancora un'ora.
(Continua)